Anoressia e bulimia come affrontare il problema

Tra i sintomi più conosciuti dellanoressia nervosa vi è la rapida e significativa perdita di peso. Questo disturbo già noto nellottocento decolla definitivamente negli anni Settanta fino a raggiungere lo status attuale; anche Freud accenna nei suo trattati allanoressia dilagante nelle giovani donne. Pierre Janet agli inizi del 1900 riferì di numerosi casi di anoressia. Anche Janet distingueva una forma primaria caratterizzata dal rifiuto di mangiare accompagnato anche da un eccessivo controllo esercitato sul cibo e una forma secondaria.

Le interpretazioni psicoanalitiche a cavallo degli anni Quaranta in America propendevano per unorigine sessuale del disturbo che indicava quale origine della patologia una sorta di negazione di certi impulsi perversi. Però leccessivo accento posto solo sui fattori sessuali determinò nellapproccio terapeutico scarsi risultati: bisognava tener conto di un quadro più ampio che tenesse conto dei bisogni particolari di ogni paziente anoressica.

La Psicoanalista Hilde Bruch pubblicò nel 1973 un libro sui disturbi dellalimentazione. Nel suo testo “ Patologia del comportamento alimentare” vennero prese in considerazione sia lanoressia che lobesità. La psicoanalista indicava come unica la matrice problematica che originava due disturbi così diversi: limmagine di sé. La Bruch sosteneva che cera una connessione tra le alterazioni patologiche della forma e del peso corporeo e i disturbi in cui lalimentazione diventava centrale nel conflitto psichico. Secondo la stessa autrice lanoressia non poteva essere interpretata solo in termini di sviluppo psicosessuale ma doveva essere letta nei termini di un complessivo sviluppo della personalità allinterno del contesto familiare. La psicoanalista sosteneva che il corpo di queste bambine venisse vissuto come se fosse separato da sè, come se fosse appartenuto ai genitori. Queste pazienti mancavano di autonomia. Secondo la Bruch l’origine del disturbo era da ricercarsi in una relazione disturbata con la madre. Questa sembrava prendersi cura della figlia non relativamente ai bisogni della stessa ma sulla base dei propri. La bimba quindi non arrivava mai a sviluppare una propria identità separata da quella materna. Lo sviluppo del disturbo era la risultante di un tentativo estremo della paziente di ottenere attenzione e riconoscimento.
Anche la Bruch sosteneva che esistessero due forme di anoressia: una primaria che vedeva sempre tre caratteristiche distintive centrali: una immagine corporea distorta, lincapacità di identificare le sensazioni e le emozioni interne ed un senso totale di inefficacia rispetto alla realizzazione di proprie aspettative e desideri come se i propri pensieri e sentimenti fossero il riflesso di richieste provenienti da altri. Ecome se le pazienti anoressiche pensassero di non essere mai capaci di controllare il proprio destino, come se qualcuno decidesse sempre al posto loro. La psicoanalista suggerisce come lanoressia di solito si presenti in fase adolescenziale proprio perché lautonomia e lo sviluppo della padronanza delle proprie azioni diventa predominante rispetto a tutto il resto e dovrebbe portare ad essere indipendenti dai genitori.
La forma anoressia secondaria o atipica è quella che vede la presenza di conflitti psicologici centrati sulla funzione alimentare. Tale forma viene comunque ripresa anche nel DSM- IV e va sotto il termine “Disturbi dellalimentazione non altrimenti specificati”.

Masterson (1970-1980) ha notato molte somiglianze tra le dinamiche di certi pazienti anoressiche e quelle di pazienti con disturbi borderline di personalità. Mancando un senso di identità il bambino è portato a sviluppare un falso Sé per fare piacere alla madre.

L’autrice Fabiola De Clercq (anch’essa paziente anoressica e oggi psicoanalista fondatrice dell’associazione ABA) scrive queste interessanti righe che ben rendono lo stato di rabbia e impotenza delle pazienti con anoressia nervosa: ” Il vero bersaglio della tua rabbia, l’unica persona a cui procuri un male infinito, indicibile, è te stessa. Con accanimento scarichi su di te tutta l’aggressività che non hai potuto esprimere a chi, di volta in volta, ti ha fatto sentire poco considerata, non amata, usata”. Anche la Selvini Palazzoli (1963) ha notato come le pazienti anoressiche non sono state in grado di separarsi dalla madre.

La figura del padre è spesso marginale e in molti trattati viene descritto come superficiale ed incline a non supportare la figlia nei momenti di difficoltà. Spesso entrambi i genitori sono insoddisfatti del matrimonio e la figlia diventa un oggetto-Sé che assolve la funzione di convalida di ogni genitore.

Purtroppo quando la paziente anoressica arriva dal medico la malattia è già in una fase avanzata e l’unica soluzione è il ricovero ospedaliero. Spesso la famiglia spera che sia un disturbo passeggero e tenta di negare la reale gravità della situazione. Spesso i genitori cadono nel circolo vizioso di evitare di mostrare e comunicare emozioni (problematica che spesso permea questo tipo di famiglie). Quando il disturbo è identificato clinicamente la paziente sta già molto male e comincia a presentare i seguenti sintomi: 1) cachessia (pallore e affaticamento muscolare), una diminuzione ponderale del peso del 20% o più, 3) amenorrea persistente da alcuni mesi, 4) brachicardia, 5) disturbi elettrolitici con bassi livelli di potassio e cloruro nel sangue. Al ricovero ospedaliero spesso viene aggiunta una psicoterapia individuale (l’orientamento può essere sistemico, cognitivista o psicodinamico) e richiederà sicuramente molto tempo. Può essere anche utilizzata una terapia familiare che veda la presa in carico anche dei genitori e dei fratelli e sorelle.

Le pazienti con bulimia nervosa in genere vengono distinte da quelle con anoressia nervosa perché hanno un peso generalmente normale e questo purtroppo consente di nascondere il disturbo anche per tanti anni.
E’ con l’inizio degli anni Settanta che la patologia comincia a diffondersi. Consiste in un ciclo di abbuffate e condotte di eliminazione. La bulimia è attualmente più frequente dell’anoressia. La prima descrizione del fenomeno risale al 1976 ed ebbe come oggetto di studio delle studentesse di un college americano. Russel alla fine degli anni Settanta sottolineò il rapporto sottile che lega anoressia e bulimia. Molte sue pazienti in passato erano state anoressiche. Oggi viene delineata anche una sottocategoria di anoressiche sottogruppo bulimiche (anoressia bulimica) che include pazienti sottopeso (seppur non tanto come le anoressiche) che si purgano o si provocano il vomito dopo episodi di abbuffate. (Hsu, 1986).
Le pazienti anoressiche si differenziano dalle bulimiche perché hanno una maggiore forza dell’Io e un maggior controllo del Super-Io; le pazienti bulimiche hanno invece una certa incapacità di posticipare la scarica di impulsi a causa di un Io debole. Spesso le pazienti bulimiche vengono assimilate a pazienti con dipendenza perchè vivono un forte senso di compulsione verso l’abbuffata che consente di scaricare ansia e tensione e dopo averlo fatto scatta un senso di vergogna imperante che le porta a scaricare tutto attraverso il vomito autoindotto. A volte lo sconforto diventa così ingestibile che si desidera avere un conforto ed un aiuto per affrontare il problema. Nell’ambito della terapia però queste pazienti fanno fatica a rimanere perché esse vorrebbero ridurre il senso di confusione e prostrazione causato da questa condotta alimentare ma sono combattute perché sottostare al trattamento vuol dire essere private della libertà di abbuffarsi. Spesso le pazienti con bulimia nervosa vengono da contesti familiare poco accudenti e che hanno determinato una loro adultizzazione prematura. Esse tendono ad avere secondo Craig Johnson una personalità falso sè. Dietro l’apparenza di una giovane donna di successo si nasconde una persona fragile e che si vive come dipendente, incapace e con scarsa autostima.
Queste bambine vengono usate per convalidare i genitori. Le qualità cattive ed inaccettabili dei genitori vengono proiettate nella bambina bulimica che diviene depositaria di tutta la cattiveria. L’espulsione della cattiveria sotto forma di vomito consente alla paziente di volersi bene. Il sentimento di bontà è ovviamente instabile in quanto basato su scissione, diniego e proiezione dell’aggressività. Le pazienti bulimiche traggono spesso molto beneficio da un trattamento psicodinamico perché molte soffrono anche di disturbo di personalità borderline o depressioni significative.

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